Il liberista americano Bisin commenta il multiforme ingegno tremontiano

Se dovesse scegliere un punto di riferimento per la propria politica economica, tra stato e mercato Giulio Tremonti sceglierebbe sicuramente la prima opzione. Solo che nell’Italia di oggi, già statalizzata e corporativa come non mai, preferire l’opzione “statalista” equivale a non concepire nemmeno la possibilità di una efficace politica pro crescita. Ne è convinto Alberto Bisin, docente di Economia alla New York University e tra i fondatori del blog noiseFromAmerika.org, una seguitissima comunità online di prof. e ricercatori italiani emigrati negli Stati Uniti
16 FEB 11
Ultimo aggiornamento: 14:55 | 5 AGO 20
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Gli appunti che Bisin muove al ministro sono innanzitutto di carattere “culturale”: “Dal ‘silete economisti’ alle accuse verso i mercati finanziari fino all’agitazione dello spettro dell’invasione cinese nei mercati, il succo del pensiero tremontiano, perlomeno per come emerge dai suoi vari libri e interventi – dice al Foglio – è questo: gli sviluppi economico-politici degli ultimi decenni dovrebbero incuterci paura in quanto forieri di rischi fatali provenienti dall’esterno della nostra comunità nazionale”. Se la responsabilità è tutta “esterna”, le ricette proposte non possono essere migliori della diagnosi: “Protezionismo”, “ritorno al nomos della terra”, tutte tesi riconducibili in fondo a una matrice statalista. Il professato interventismo, secondo Bisin, spiega anche “gli occhieggiamenti della sinistra verso Tremonti”.
A proposito, qualche osservatore sostiene che Tremonti potrebbe convergere proprio con personaggi come Giuliano Amato, Pellegrino Capaldo e Walter Veltroni sull’ipotesi di un’imposta patrimoniale straordinaria per abbattere il debito pubblico: “Quella della patrimoniale è una follia assoluta, oltre che una delle cose più gravi da proporre in questo momento. In generale il carico fiscale in Italia è già enorme, e aumentare le tasse, con una patrimoniale o ogni altro mezzo, avrebbe l’effetto di permettere ai politici di ritardare le riforme necessarie e soffocherebbe quel poco di crescita a cui il paese può aspirare. Se sommiamo infatti tasse sul reddito e contributi alle pensioni, come fatto di recente dall’Economist e dalla società di consulenza Kpmg, il fardello fiscale è più pesante per gli italiani che per gli svedesi. Eppure il nostro sistema di welfare non è nemmeno comparabile a quello scandinavo”. Per questo, sostiene l’economista della New York University, “il problema è invece sul lato della spesa. Anche se il controllo sulla spesa praticato da Tremonti è stato importante e non è scontato che un altro governo Prodi non sarebbe ricorso invece al deficit spending, oggi la svolta necessaria consiste nel tagliare profondamente la spesa pubblica per poter diminuire le tasse”. E questa, appunto, è la svolta più ostica per ogni politico, e in particolare per un politico come Tremonti, “culturalmente parlando più ‘uomo di stato’ che ‘uomo di mercato’”.
L’agenda di cose da fare invece sarebbe lunga, partendo dallo “snellimento” della Pubblica amministrazione (“i dipendenti sono troppi e poco flessibili”) e dalla riforma della giustizia civile (“costosa e inefficiente”): “Tagliando le risorse a strutture ipertrofiche, le si costringe ad avviare un processo virtuoso, magari aumentando la qualità dei servizi offerti”. Che poi è la strategia principale per “mantenere l’attrattività del paese rispetto agli investimenti esteri”. Altre risorse per ridurre la pressione fiscale si potrebbero recuperare grazie alla riforma previdenziale, “con un innalzamento più drastico dell’età pensionabile”. O con interventi sulle università, “alle quali si dovrebbe consentire di avere rette che siano a livello dei costi sostenuti”, o sulla sanità: “Qui gli sprechi sono immensi, specie nel meridione. Un vero federalismo giocherebbe un ruolo virtuoso fondamentale, ma se per i ‘costi standard’ da introdurre nella sanità si prendono a riferimento i ‘costi storici’ invece che i ‘costi minimi’, come si sta facendo, ecco che si torna alle modalità di spesa del passato”. Finché non si fa tutto questo, dunque, scordiamoci la riduzione delle tasse? Non è detto, spiegano i prof. di Nfa. Il Foglio, per esempio, ha ricordato che i 25,4 miliardi recuperati da Agenzia delle entrate, Inps ed Equitalia nel 2010 sono una somma rilevante, circa 9 miliardi in più rispetto a quanto portato a casa nel 2009 con la lotta all’evasione: “Se si riesce a recuperare del gettito evaso – conclude Bisin – sarebbe saggio usarlo per ridurre simultaneamente la tassazione diretta sul lavoro e l’impresa”.